MOTOCICLISMO, agosto 2008
FOTO di Enrico Bona
TESTI di Marco Marini


"Are you ready for a big big experience?" Nel parcheggio del Crowne Plaza Hotel, sede delle verifiche tecniche, fa un caldo boia, abbasso il finestrino dell'auto e Sonny, responsabile delle moto alla Pikes Peak, mi chiede se sono pronto. La chiama "esperienza", non "gara", e già la mia eccitazione cresce a dismisura.
A Colorado Springs, ai piedi della montagna, dal 1916 si corre la gara in salita per eccellenza, una sorta di Gara più pazza del mondo, il concentrato ideale di motori, velocità, rischio e passione. E' una sorta di Tourist Trophy con la differenza che all'Isola di Man sai che se cadi ti fermi contro un muretto o un palo, qui... non ti fermi proprio, perché ci sono strapiombi paurosi da tutte le parti. Come al TT è VIETATO SBAGLIARE. Stiamo parlando di una competizione mitica, la seconda più antica d'America, dopo Indianapolis, un sogno per molti appassionati. Ma forse non è così irraggiungibile.
Iscrizione e verifiche
Jeff Grace, pilota dell'Ama Supermoto e avversario nella 750 del nostro Marco Belli, ci ha aiutato in tutto, procurandoci il kit motard per la 530 e aiutandoci a montarlo nel suo box. Da noi non si è mai visto un pilota aiutare così un suo avversario, ma qui alla Pikes Peak c'è un clima incredibile di aiuto reciproco, anche se non ci si conosce quasi. Quando gli ho chiesto: "Ma perché ci aiuti tanto, alla fine siamo tuoi avversari!", la sua risposta è stata: "Yes, but on sunday I'm gonna kick your ass!" (Sì, ma domenica vi prenderò a calci nel sedere!) e, se non avesse rotto il motore, avrebbe mantenuto la promessa.
Jeff Grace & Julie (Thank you for all, Jeff!)
Il team di Walker Pew, seduto a sx, e la Fan Fest che si tiene il venerdì sera sulla Main Street di Colorado Springs
E' nei parcheggi dei motel dove alloggiano le squadre che si vive l'atmosfera della Pikes Peak, tra barbeque serali e meccanici che continuano a lavorare sulle moto
La leggenda del motocross americano Micky Dymond e la stella del dirt-track inglese Marco Belli di qui a due giorni faranno a gomitate sui tornanti in terra battuta. Ma le serate alla Pikes Peak trascorrono fra grigliate dove l'amicizia si mescola con l'odore della benzina
COURSE STATISTICS
- Length –12.42 Miles
- Surface –Pavement & Gravel
- Length of Pavement –6 Miles
- Turns – 156
- Elevation at Start –9,390 ft.
- Elevation at Finish –14,110 ft.
- Length of Plus Grade –61,626 ft.
- Maximum Plus Grade –10.5%
- Length of Negative Grade –3,934 ft.
- Maximum Negative Grade –10.0%
- Average Grade –7%
5.30 del mattino, in vetta con 2 °C - Early, cold, no oxygen : that's practice

Quando la gente esce di casa per andare a lavorare, la nostra giornata è già finita. Le prove iniziano alle 5.30 am e si concludono tre ore dopo. Alle 9, insieme ai nostri avversari, andiamo all'Uncle Sam di Manitu Springs per far colazione insieme. Giù dalla moto siamo tutti amici.
Il briefing della direzione gara prima dell'inizio delle prove avviene in mezzo alla foresta alle 5.15 del mattino
Sonny dà il via al primo practice day e un run di salita a Devil's Playground alle 6 di mattina. Anche nei tratti di asfalto le insidie sono numerose
Marco Marini a Devil's Playground
L'alba sulla vetta della montagna a 4.300 metri, h 5.45 am
L'ultimo giorno, venerdì, proviamo dai 3.800 m di Devil's Playground ai 4.300 m del Pikes Peak. Il cartello è in inglese e non ci pensi, ma se questo è "il parco giochi del Diavolo" un motivo ci dovrà pur essere. L'altitudine può essere un vero problema. Il giorno prima siamo saliti in cima con il pick-up (da regolamento è vietato farla in moto prima della gara, pena la squalifica) per vedere com'è la strada e capire gli effetti dell'altitudine. Aiuto. Una sterrata velocissima che sale, e a volte scende con pendenze del 10%, tra lunghi rettilinei e curvoni dove è meglio non guardare giù. Oltre a questo, l'altitudine ci ha provocato un forte mal di testa che ci siamo portati dietro fino a sera. Come sarà correre a queste altitudini?
L'altro problema è il freddo, perché al via dei 3.800 m, alle 5.30 del mattino ci sono circa 8 °C, mentre in cima ce ne sono solo 2… Al via della prima salita di questo ultimo tratto guardiamo per bene le curve per capire dove si può entrare forte, col gas in mano, e dove è bene mollare. Arrivando dai lunghi rettilinei, dove la 690 ha toccato le 80 miglia orarie, si vede solo la curva e il panorama dei 4mila metri: difficile fidarsi a tenere aperto se non si è più che convinti che quella curva, che sembra uguale a tutte le altre, è proprio lei. Inutile girarci intorno, è stata la scarica di adrenalina più forte mai provata su una moto. Cerchi di non prenderti rischi, ma sai che non puoi sbagliare. Non puoi e basta, per cui fai appello a tutta la tua sensibilità nel sentire il grip delle gomme. Poi torni giù pian piano insieme a tutti gli altri per provare un'altra volta la salita e rifletti a quanto andavi e a come prendevi le curve salendo: ti vengono i brividi e sai che non è colpa del freddo.
Benedette curve... Holy turns

Come tutti i giorni di prove, dopo il briefing, la benedizione con preghiera da parte del prete, il quale poi si infila la tuta e corre in moto… sono americani, non c'è nulla da fare, ma anche queste cose rendono magica la Pikes Peak. Ci avviciniamo a lui chiedendogli se è davvero un prete, perché non indossa alcuna tunica e rimaniamo ancora più stupiti dalle sue parole: "A pastor? No, not yet, I pray for all of us, because God is in me" (Io un pastore? No, non ancora. Io prego per tutti noi, perché Dio è in me). Il giorno dopo si presenta con una maglia da cross a stelle e strisce e una Yamaha WR dell'89 trasformata dirt-track caricata su un vecchissimo pick-up. Sono le stranezze che solo gli americani hanno, ma il momento della preghiera mattutina è davvero toccante, perché la pericolosità della gara crea un legame forte, intimo, tra tutti i piloti, a due, tre e quattro ruote. "Ride fast, ride safe. See you at the top. Good luck, guy" (Guida veloce, guida in sicurezza. Ci vediamo in cima. Buona fortuna, ragazzo): non so quante volte mi hanno detto queste parole e quante volte io le ho ripetute a piloti sconosciuti, avversari che ho abbracciato e salutato col classico pugno contro pugno.
(FOTO marco marini)
La curva Olympic avvolta dalle nuvole. A 4000 metri non è raro che questo accada e le prove vengono interrotte finchè non si ripristina la visibilità
Marco Belli e Marco Marini in discesa alla curva Olympic. Non è difficile capire perchè la Pikes Peak è chiamata anche The race To The Clouds
Grand Hotel Pikes Peak: in un ambiente raffinato ma soprattutto esclusivo, Marco Belli al termine di una sessione di prove prepara panini al prosciutto e terra per tutti
Prima della gara, il mio compagno di team si infila nella tuta due sigarette e mi porge un accendino: "Questo tienilo tu, ci vediamo in cima e ci fumiamo una bella sigaretta. Mi raccomando, guarda che io ho bisogno dell'accendino" mi dice, "E io della sigaretta" rispondo. "Ride fast, ride safe, my friend".


Se arrivi lassù, comunque hai vinto - Pikes Peak or bust

Ore 9 del mattino di domenica: le prime a partire sono le macchine, di tutte le categorie, poi la Unlimited dove corre solo Nobuhiro Tajima sulla incredibile Suzuki Monster XL-7 da quasi 1.000 CV, quindi è la volta dei Truck (anche qui le potenze lasciano perplessi, perché i motori diesel da 14mila cc hanno circa 1.500 CV) e finalmente le moto. La penultima classe a prendere il via è la 750.
Dopo una settimana infernale passata a dormire, come tutti, intorno alle 3 ore per notte, alla mattina della gara il lavoro di Cristiano Menghini, meccanico italiano di Micky Dymond, è finalemnete terminato. Ora tocca ai piloti... e si vede.
Kelly Hine è una nota stuntwoman di Hollywood, si presentava come rookie alla Pikes Peak 2008 alla guida di una Nissan 350Z. In gara una foratura l'ha fermata prima di raggiungere la cima
La prima fila, con Dymond, Durelle, Jeff Grace, Walker Pew e il nostro Marco Belli parte, poi è la volta della seconda fila. Quindi tocca a me, dalla terza fila, a causa di un poco convincente 12° tempo in prova. Ma so di poter far bene, anche grazie alle gomme rain che sulla terra rendono meglio. Sonny, il responsable della sezione Motorcycles entra nel quadrato bianco disegnato per terra, salta e sventola la bandiera : VIA ! Prendo qualche metro sugli altri e provo ad allungare, cercando di capire, curva per curva, se l'asfalto è pulito o se le auto hanno portato terra in mezzo alla traiettoria... Entro nella parte sterrata e gli altri sono dietro, abbastanza lontani, intravvedo l'ultimo di quelli partiti prima di noi. Spingo a tutta nel tratto centrale asfaltato e riesco a passarlo, ma lo temo nello sterrato, perché guida una moto da dirt-track con gomme da 19 e motore 600 cc ad aria. Questo me le suona, penso. E, invece, riesco addirittura ad allungare, nonostante la difficoltà dell'ultimo pezzo sterrato, dai 3.900 m ai 4.300 : il venerdì mattina abbiamo provato quel tratto molto presto ed era umido, con un ottimo grip. Ora è sapone, lontano parente di quel terreno su cui abbiamo fatto le prove...
La famiglia Durelle attende la discesa festante di Davey di ritorno dalla dodicesima vittoria alla Pikes Peak. Nella foto accanto, Nobuhiro Tajima
Alla fine arrivo in cima migliorando molto i miei tempi parziali delle prove e scopro di avere il 6° tempo tra le 750 cc sui 16 partenti (ero 12° in prova). Se è bene o male non lo so e non mi interessa, perché quando arrivi lassù hai vinto, tutti hanno vinto: chi lo ha fatto col cronometro come Davey Durelle (per la 12° volta, incredibile !) e chi, per problemi alla moto, ci ha impiegato più di mezz'ora. Lassù scopro che Marco con la 690 è arrivato terzo (e 7° assoluto delle moto), alle spalle di Durelle e Dymond. Non ci credo. L'anno scorso giunse 2° da rookie con una KTM 525 SM presa a noleggio, messa bene, ma non certo ufficiale, mentre quest'anno, con una moto totalmente di serie è ancora sul podio. Jeff Grace si stava giocando il podio con Mickey e Davey, ma ha rotto il motore della sua ultra-compressa KTM 610 SMR... E' un vero pecccato, perché si meritava una vittoria, ma le gare sono anche questo.
Per il resto, Mr. Tajima e la sua Suzuki XL-7 non hanno battuto il muro dei 10 minuti, facendo risparmiare all'organizzazione i 25mila dollari di premio, ma non importa, sarà per l'anno prossimo. Nella lunga, lenta, discesa si saluta il pubblico assiepato ai lati della strada, che chiede un "cinque" a tutti i piloti, applaudendo con un sentito "Thanks for the show". Lì capisci davvero che c'è sì un vincitore, ma nessuno è vinto. E' così, la Pikes Peak ti entra nel cuore perché è una sfida con te stesso, contro le tue paure, contro gli avversari, che giù dalla moto sono buoni amici ma che in sella ti fanno sudare ogni singolo metro. E' una sfida contro il tempo e una sfida senza tempo. La Pikes Peak vive da 86 anni perché va dritta al cuore di chi si nutre di passione per i motori e la velocità. Amarne o accettarne il rischio fa parte del gioco.
Marco Marini, Sonny e Marco Belli festeggiano il 3° posto nella classe 750 conquistato dai "crazy italians"


di Marco Belli


Partecipare alla Pikes Peak è veramente qualcosa di magico, unico: un'emozione che ti prende e non ti molla più, neppure quando finalmente lasci la frizione ed incominci a salire su per la montagna più famosa d'America. Appena finita la gara del 2007 mi ero ripromesso di ritornaci quante più volte possibile e, perché no, tentare di fare sempre meglio, dapprima battendo il mio record personale e poi chissà, a volte gli obiettivi possono essere più grandi della realtà, ma nella mia testa il podio era ed è tuttora un risultato plausibile (Marco è pilota di Dirt Track, ha vinto tre volte di fila il campionato inglese, è in testa al campionato europeo e a volte corre anche negli USA, ndr). Quindi nei giorni immediatamente antecedenti la partenza per Colorado Springs, il mio telefonino era tutto un Beep-Beep di SMS con Marco Marini per organizzare gli ultimi dettagli. Lui, infatti, è il mio uomo per la partecipazione alla 86esima edizione. Grazie a Marco e a KTM, sapevo che ci sarebbero state due moto pronte ad assecondare i nostri desideri: affrontare nel miglior modo possibile la salita più pazza del mondo. Quando finalmente arriviamo ai piedi della Pikes Peak, incontriamo Ron e le nostre "belve": una SMC 690 da vetrina ed una bellissima 530 da cross country, ancora in versione tassellata. Il nostro obiettivo era quello di capire se con una moto di serie era possibile affrontare questa gara ed essere sufficientemente competitivi. Purtroppo, dopo il primo giorno di prove, ed i relativi venti secondi oltre il mio tempo del 2007, il mio morale era sotto i piedi: non è facile accettare di essere al 70% delle proprie possibilità, soprattutto sapendo che certe occasioni non capitano proprio tutti i giorni. Così, alla ricerca di un "improvement", tra un BBQ e qualche lattina di cola sono pure riuscito a procurarmi un set di Dunlop ufficiali. Qui le cose avvengono così, semplicemente esponendo i tuoi dubbi e le tue preoccupazioni, in meno di 5 minuti ti trovi costretto a rifiutare l'aiuto di alcuni per accettare quello di altri. In particolare Cristiano, meccanico ufficiale di Mickey Dymond, stava già pensando di sostituire il sistema di iniezione elettronica con un più gestibile carburatore… ho dovuto tenerlo a freno, anche se le sue idee crescevano tanto quanto la mia eccitazione.
In realtà, il limite di questa moto rispetto ai bombardoni racing sta proprio nella sua indole, quella di una moto concepita più per un utilizzo giornaliero e soft motard, piuttosto che salite in quota con mancanza di ossigeno e strappi di quasi il 15% di pendenza. La guida in sé non ne risente troppo, anzi ho trovato la 690 molto guidabile e rapida nei cambi di direzione e capace di trasferire una sicurezza davvero inaspettata in percorrenza. Il peso sicuramente incide un po' sulle prestazioni, così come le sospensioni standard, ma con qualche click ed un po' di precarico della molla dell'ammortizzatore il setting per la sezione asfaltata era più che buono. Qualche difficoltà nella parte sterrata veniva evidenziata sia dalle dimensioni, soprattutto i fianchetti anteriori che costringono ad una guida con le gambe aperte e poca possibilità di cingere il serbatoio, sia dall'impostazione turistica e poco aggressiva sul manubrio. Ho dovuto faticare parecchio per tenere l'anteriore sulla linea ideale e spesso mi sono salvato con dei traversi al limite. Giorno dopo giorno ho comunque preso sempre più confidenza con il mezzo, tanto che i tempi cominciavano ad essere più interessanti ed il morale ricominciava a salire.
L'unico ostacolo risultava essere l'inferiorità rispetto ai monocilindrici super preparati, che in uscita di curva ti lasciano qualche metro indietro, costretto a spianarti sulla sella per cercare la massima penetrazione aerodinamica. In realtà, una guida meno aggressiva risulta essere anche più costante e regolare, ed una velocità media molto efficace soprattutto in percorrenza. Anche la trazione non è male, quando spalanchi il gas la moto tende a far strada piuttosto che scivolare e perdere tempo. Fatto sta che il giorno della gara il mio obiettivo era quello di giocarmi il quarto posto nella classe 750cc, la più tirata, quella dei record veri, dove gente come Mickey Dymond e Davey Durelle la fanno da padroni. Ma ci ho provato in tutti i modi, a testa bassa, e curva dopo curva ho preso il mio ritmo. 12 miglia sono davvero lunghe, ma se combatti per un obiettivo possono essere anche troppo brevi, soprattutto se devi rimediare ad una pessima partenza ed alla mancanza di spunto per poter effettuare sorpassi. Così, concentrato sul percorso, ho aspettato il momento buono: una serie di curve asfaltate da pelare al limite ed osare oltre lo stesso limite. L'errore è dietro l'angolo, ma la 690 ti trasferisce ottime sensazioni e ti avvisa quando stai per partire per la tangente. In un curvone a destra me la sono giocata tutta: dopo essermi reso conto che Jeff Grace, Dymond e Durelle stavano avvantaggiandosi su di me e Walker Pew, con il quale stavo combattendo, sfruttando la dolcezza dell'erogazione ho potuto anticipare l'apertura del gas, conscio delle reazioni della moto e sorpassare all'esterno lo stesso Pew che mi precedeva. Da lì in poi è stato tutto un chiudere le traiettorie e scendere il meno possibile sotto quel regime di giri dove le moto racing hanno un vantaggio evidente. Metro dopo metro, curva dopo curva, il gap con gli avversari sì è addirittura incrementato, tanto che quando sono passato sul traguardo in terza posizione ero incredulo ed estasiato dal risultato. Ho voluto aspettare i tempi e la classifica ufficiale, prima di lasciarmi andare a un'euforia esplosiva. Non sempre, quindi, una moto di serie, pur con piccole modifiche, è inferiore a una moto racing che urla cattiveria ad ogni azione sul comando del gas. Ancora adesso sto godendo di questo grandioso risultato e se è vero che con una moto standard non si può vincere, è altrettanto vero che la stessa moto può riservare piacevoli sorprese.




MOTOCICLISMO races at Pikes Peak 2008 - Marco Belli's Onboard 1 -
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